ARC_AIDS

È il 5 giugno del 1981. Nei centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta, USA, si registrano casi sospetti di polmonite in cinque uomini gay. Una evidenza strana per cui la stampa coniò il termine GRID, che stava per gay-related immune deficiency. Ed è tutta qui l’origine di una associazione tra una malattia fino ad allora sconosciuta e una parte di popolazione mondiale, quella omosessuale. Solo un anno dopo nacque il termine AIDS. Forse un po’ tardi, e dura è stata la battaglia per abbattere la convinzione generalizzata che quella fosse la malattia dei gay, la “piaga” del XX secolo.

Una credenza purtroppo confermata dalle morti celebri di attori e cantanti: 2 ottobre 1985, l’attore statunitense Rock Hudson, il primo personaggio a confessare pubblicamente di essere malato di AIDS. Il 24 novembre 1991 Freddie Mercury, cantante dei Queen. Il ballerino russo Rudolf Nureyev nel 1993.

Contro tutto questo dovettero confrontarsi i movimenti di liberazione omosessuale in tutto il mondo. Quello dell’AIDS tra gli anni ’80 e i 90 divenne il tema principale da affrontare. Tutte le principali associazioni diedero vita a campagne che allo stesso tempo puntavano a promuovere l’uso del preservativo e combattere la falsa credenza che il virus colpisse solo i gay, oltre che tutti i pregiudizi che si andavano diffondendo nei confronti dei malati per colpa di una cattiva informazione. In Italia, i primi casi di AIDS risalgono al 1985 ma si rimase a lungo indifferenti al problema. Solo nel 1988 fu emanata una direttiva del Ministero della Sanità che prevedeva il controllo delle sacche di sangue per la trasfusione, e nello stesso anno arriva la prima campagna sull’AIDS. E si capì subito la sua debolezza: non veniva fatto nessun riferimento esplicito all’uso del preservativo.

Ci volle l’immunologo Fernando Aiuti per far capire, da Cagliari, che si può baciare un sieropositivo senza contrarre l’HIV. Il gesto di Aiuti fu a lungo al centro delle polemiche ma contribuì ad aiutare i sieropositivi ad uscire dal “ghetto sociale” in cui erano rinchiusi.

Ruolo fondamentale fu poi quello delle associazioni che promossero campagne per l’uso del preservativo e cominciarono ad offrire servizi di assistenza alle persone sieropositive.

Un lavoro che continua anche oggi: nella formazione, nell’informazione e nella prevenzione, diffondendo tra i gay e non solo l’uso del preservativo. Anche perché a distanza di oltre 30 anni è chiaro che l’AIDS non è una malattia per gay ma è una malattia e basta, tra le più violente, che attacca gay, etero, tossicodipendenti anche se in misura diversa. Un lavoro che cerca anche di far capire una cosa fondamentale: i sieropositivi oggi fanno una vita ‘normale’ che può non sconfinare nell’AIDS.

Passi avanti ha fatto anche il Ministero della Salute italiano, con le sue strutture pubbliche in cui poter fare in maniera gratuita e anonima il test, da quello con prelievo a quello salivare rapido. E non solo nella giornata del 1° dicembre, la Giornata Mondiale di lotta contro l’AIDS.

Dati Ministero, aggiornati a qualche giorno fa: nel periodo 1985-2012 sono state riportate in Italia 56.952 nuove diagnosi di infezione da HIV. L’incidenza ha visto un picco di segnalazioni nel 1987, per poi diminuire fino al 1998 e stabilizzarsi successivamente. Nel 2012 sono state segnalate 3.853 nuove diagnosi, per una incidenza di 6,5 nuovi casi per 100.000 residenti. Negli anni c’è un cambiamento delle modalità di trasmissione: diminuisce la proporzione di tossicodipendenti ma aumentano i casi attribuibili a trasmissione sessuale.

E infine nel 2012 sono stati segnalati al Centro Operativo AIDS del Ministero della Salute 715 casi di AIDS diagnosticati nel 2012, e 291 casi diagnosticati negli anni precedenti.

Sono dati che confermano come ci sia un grosso lavoro da fare nella lotta ad HIV e AIDS. Ma possiamo dire che, in assenza di farmaci che curino in maniera definitiva, nel sesso una risposta c’è già. Ed è una sola parola: preservativo.

Ed è la stessa sicurezza che ARC, nata a Cagliari nel 2002 e dunque in un periodo in cui i mezzi di comunicazione sembravano già aver abbandonato il tema e le campagne di prevenzione, ha cercato di far passare in tutte le iniziative che ha promosso nel corso di questi ultimi undici anni. Il 1° dicembre è anche il giorno di fondazione dell’ARC e così l’associazione non ha mai perso occasione per organizzare, sempre in compagnia della L.I.L.A. Sardegna – unica realtà locale da sempre in prima fila per la prevenzione contro le l’HIV, l’AIDS e le altre MTS, e per la difesa e il sostegno delle persone sieropositive – iniziative di ogni tipo per la sensibilizzazione della cittadinanza cagliaritana: dalla distribuzione di profilattici e materiale informativo, ai banchetti di sensibilizzazione nei locali e nelle discoteche; dalle proiezioni e discussioni di film sul tema a iniziative di approfondimento nelle scuole, insieme a professori, medici e attivisti.

Cagliari, d’altra parte, è una città che ha vissuto con grande dolore l’impatto dell’AIDS anche all’interno della comunità omosessuale e, negli anni ’90, l’Arcigay locale fronteggiò l’emergenza come un bastione culturale e sociale, per la difesa e il supporto delle persone contagiate. Sono stati anni in cui il pregiudizio mieteva tante vittime quanto la malattia. Forse ora le condizioni sociali appaiono diverse, può sembrare che sulle persone omosessuali e transessuali e su quelle sieropositive ricada meno lo stigma della colpa: eppure se, come scritto sopra, i dati suggeriscono che giovani e giovanissimi continuano a contagiarsi per via sessuale, questo non può che significare che la società ha nuovamente esposto il fianco al virus e che tutte i progressi medici rischiano di venire annullati dall’indifferenza dell’informazione e dal colpevole silenzio che nuovamente si impone intorno a questa preoccupante recrudescenza.

Responsabilità delle associazioni locali, dell’ARC, della L.I.L.A., del M.O.S. e di quant’altre a Cagliari, Sassari e in Sardegna si muovono in questo contesto, è dunque quella di continuare a rappresentare un presidio di informazione, di sensibilizzazione e sostegno soprattutto per ragazze e ragazzi, che probabilmente rappresentano la fascia sociale più esposta al rischio.

Non esiste strumento di prevenzione e di riscatto più potente della conoscenza!

a cura dell’ARC
Associazione Culturale LGBTQ di Cagliari

per la testata giornalistica Globalist.it