Riceviamo da parte della presidente della L.I.L.A. “Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids” – Sede di Cagliari, Brunella Mocci, e pubblichiamo sul nostro sito.

In questi ultimi giorni la stampa italiana ha molto parlato del caso di don Seppia, il sacerdote accusato di reati di incontestabile gravità. Purtroppo in questo contesto, le parole “aids” e “sieropositivo” hanno ottenuto le prime pagine della stampa nazionale. Rispettiamo il dolore delle giovani vittime e dei loro familiari, essendo ben consci dell’estrema gravità delle imputazioni a carico del sacerdote e siamo anche noi in attesa che la giustizia compia il suo corso. Ma comunque non possiamo non esprimere un profondo disagio per la leggerezza con cui alcuni giornalisti continuano a trattare la  tematica Aids all’interno di numerosi articoli. Appare sempre più evidente la superficialità e l’incapacità dei media nel gestire l’argomento quando in troppi, scrivendo i loro articoli, confondono la sieropositività con la ben diversa condizione di malato di aids.

Inoltre in particolare, associati al caso in questione, vediamo citare il virus dell’hiv e la condizione di sieropositività come fattori di immoralità apparentemente collegati al reato, con una sorta di velato e ignorante pregiudizio diffuso che compare tra le righe di alcuni articoli. Così facendo, proprio la cosa che si doveva denunciare con forza, ovvero il gravissimo reato di pedofilia, sembra quasi passare in secondo piano enfatizzando sopratutto il fatto che il prete sia sieropositivo. Ferma restando la condanna per la gravità delle imputazioni rivolte al sacerdote, sarebbe bene ricordare che la sieropositività di una persona, chiunque essa sia e qualsiasi reato abbia commesso, non può certo essere divulgata pubblicamente come è stato fatto. Sopratutto non si deve parlare di Aids usando i toni ed il linguaggio di chiaro stampo scandalistico che accompagnano certa stampa.

La sieropositività è una condizione di vita che coinvolge oggi in Italia decine di migliaia di uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, ancora assurdamente vittime di uno stigma sociale che questo genere di notizie, nel modo sbagliato con cui vengono raccontate, non aiuta a superare. L’equazione omosessuale uguale pedofilo con l’aggravante del malato di aids suggerita neanche troppo velatamente da alcuni degli articoli apparsi nei giorni scorsi è quanto di più deleterio, fuorviante ed anacronistico si possa leggere. Quello in questione è un brutto caso di pedofilia, che niente ha a che vedere con l’omosessualità. Utilizzare frasi ad effetto che associano la sieropositività a reati così gravi, significa ferire profondamente la dignità di tutti e in particolare la popolazione sieropositiva che lotta ogni giorno contro la malattia. E significa anche vanificare il lavoro di chi, come noi, da anni lotta per il rispetto, la visibilità ed il pieno riconoscimento dei diritti delle persone hiv+.

Brunella Mocci
Presidente