Ecco un brano del discorso del 1985 con il quale divenne il primo dirigente comunista pubblicamente omosessuale:

È un tempo ferito, il mio tempo: non mi mancano solo gli spazi nella città nemica e spaccata in mille fette di solitudine, mi manca il mio tempo, e ho sempre una fottuta paura di non essere, di non giungere “in tempo”. Il tempo della politica e il tempo della vita: che allucinante assenza di sincroni il tempo affannoso, dolente, insonne, di quella mia compagna malata di cancro. Il tempo di chi ha poco tempo. Il tempo del desiderio, di un desiderio che non vuole lasciarsi infilzare dalle dispotiche lancette del tempo della produzione o del tempo della morale: la mia voglia di amare quel ragazzo che amo, gridando al mondo intero che non è più “tempo” di amare nella vergogna, nella colpa, nel silenzio, nella paura, nella clandestinità, nella violenza, o di amare soltanto nella tremenda fretta di un incontro senza storia. L’etica e l’estetica del cespuglio, della lampo (lampo che ti folgora di caducità): anche lì tra quelle umanissime e ombrose fratte metropolitane il tempo troppo spesso è altro da te. È un tempo brutale. […] Vengo da un’esperienza politica in cui ho potuto misurare l’emergere prepotente di una questione omosessuale in termini di formazione di circoli, come qui a Napoli, di socializzazione, di storie, di fatiche, di itinerari individuali e collettivi, ma anche in termini di violenze immani, di solitudini senza scampo, di morti ammazzati. Per noi non si tratta solo di riconoscere la dignità dell’esperienza omosessuale, si tratta soprattutto di raccogliere la diversità e le diversità come una ricchezza grande e insostituibile del patrimonio morale e politico di chi vuole cambiare il mondo. Si tratta di fare un discorso spietato sulla cultura dominante, sul costume, sulla miserevole e violenta sessualità del maschilismo. Si tratta di tirar fuori le nostre storie. L’omosessualità è ancora l’amore che non osa pronunciare il suo nome? In questo campo, più che altrove, le parole sono pietre, pesano sulle coscienze, talvolta sono macigni. Ci sono molte persone, anche compagni, che soffrono di una sofferenza muta. È soprattutto con queste persone, con questi compagni, diciamo i “diversi” di ogni tipo, che ho voglia di costruire l’alternativa.

Adesso Nichi Vendola è un iscritto dell’ARC!